La farmacia rappresenta, per molti cittadini, il primo presidio sanitario di prossimità. Il farmacista è percepito come una figura competente, affidabile, quasi “neutrale”, soprattutto nei momenti di fragilità: dolore, ansia, sintomi improvvisi, paura di una malattia.
Proprio questa asimmetria di potere e di conoscenza può però trasformarsi, in alcuni casi, in un terreno scivoloso: il consiglio sanitario diventa proposta commerciale, e non sempre nell’interesse reale del paziente.
Il meccanismo: quando “qualcosa in più” non serve
Una dinamica frequente è questa:
il paziente arriva con un problema chiaro (ad esempio una cistite);
viene correttamente indirizzato verso una terapia efficace (talvolta prescritta dal medico);
a questo punto viene aggiunto uno o più prodotti “di supporto”:
integratori,
dispositivi medici,
preparati naturali,
fermenti, mirtilli, D-mannosio, combinazioni varie.
Il messaggio implicito è spesso:
“Male non fa, aiuta, accelera, previene, rafforza.”
Ma la domanda cruciale è un’altra: serve davvero?
Nella maggior parte dei casi, no.
Prodotti da banco: legali, ma non sempre utili
È importante essere chiari:
👉 molti di questi prodotti sono legali, sicuri e autorizzati.
👉 Il problema non è la pericolosità, ma l’utilità reale.
In molte condizioni comuni:
infezioni già trattate con antibiotico,
sintomi in via di risoluzione,
disturbi autolimitanti,
l’aggiunta di prodotti da banco:
non cambia l’esito clinico,
non accelera la guarigione in modo significativo,
non è raccomandata da linee guida indipendenti.
Eppure viene proposta con insistenza.
Perché proprio questi prodotti?
La risposta è scomoda, ma necessaria: il margine di profitto.
I farmaci equivalenti rimborsati hanno margini bassissimi.
Gli integratori e dispositivi da banco hanno margini molto più elevati.
Non richiedono ricetta.
Non espongono il farmacista a responsabilità cliniche dirette.
In altre parole:
👉 sono perfetti dal punto di vista commerciale, molto meno da quello sanitario.
Il paziente non è un cliente qualsiasi
Qui sta il punto centrale.
Chi entra in farmacia:
non è un consumatore informato come in un negozio qualunque;
è spesso preoccupato, vulnerabile, poco lucido;
attribuisce al farmacista un ruolo quasi medico.
Questo rende la relazione intrinsecamente sbilanciata.
Sfruttare questa posizione per spingere prodotti non necessari:
non è tecnicamente illegale,
ma è eticamente discutibile,
e mina la fiducia nel sistema sanitario di prossimità.
Informazione o induzione?
C’è una differenza netta tra:
informare: “esiste questo prodotto, non è indispensabile”
e
indurre: “meglio prenderlo, altrimenti rischi che torni / non guarisci / peggiori”.
Nel secondo caso, il confine con la pressione commerciale è superato.
Il diritto del paziente a dire no (e a sapere)
Il paziente ha sempre il diritto di:
chiedere: “È davvero necessario?”
chiedere: “È raccomandato dalle linee guida?”
rifiutare senza sentirsi irresponsabile.
E il farmacista ha il dovere deontologico di:
distinguere chiaramente tra cura e supporto facoltativo;
dichiarare quando un prodotto non è essenziale;
mettere la salute davanti al fatturato.
Una riflessione necessaria
Difendere il ruolo della farmacia non significa chiudere gli occhi sulle sue derive.
Al contrario: significa pretendere trasparenza, correttezza e centralità del paziente.
Perché la salute non è un “upsell”.
E il banco non dovrebbe mai diventare una leva di pressione.
Federazione Lega Diritti del Malato
Per un’informazione sanitaria libera, critica e al servizio delle persone, non del profitto.
